risparmio«Grecia e Italia sono i Paesi europei che mostrano i prelievi di contanti di importo medio più elevato (rispettivamente 250 e 175 euro) e contestualmente», nota su lavoce.info l’economista del Centro Europa Ricerche Carlo Milani, «hanno la più alta incidenza dell’economia sommersa sul Pil».
Nel paper della Banca d’Italia, “Il costo sociale degli strumenti di pagamento” (novembre 2012), è affermato che da noi il contante viene usato nell’82,7 per cento delle transazioni, rispetto ad una media dell’Europa a 27 del 66,6 cento. Il ricorso alla carta di pagamento è fermo a quota 6,4 per cento contro il 13,2 dell’Europa a 27. Secondo il Rapporto Ipsos (giugno 2012) gli italiani che effettuano pagamenti in contanti sono: il 31% per importi compresi tra € 200 e € 1.000; il 93% quando la cifra è compresa tra i € 50 e i € 100; il 98% per cifre al di sotto dei € 50.

Secondo i calcoli di Bank for International Settlements, nel 2008 in Italia le operazione pro capite con carta erano ferme a quota 24,5, contro una media per l’area euro di 57 e un picco di 124,5 per la Gran Bretagna (gli Stati Uniti erano a 191,1). Poi la situazione è migliorata, ma non il divario con i grandi paesi.

Nel 2011, dice la Guardia di Finanza, l’Italia era salita a 68 operazioni cashless pro capite (da quota 24,5 del 2008), ma nel frattempo l’area euro era arrivata a quota 182, la Francia a 255, la Gran Bretagna a 257 e l’Olanda addirittura sopra le 300. Lo stesso vale per i Bancomat, utilizzati molto più per prelevare contante (oltre 160 miliardi nel 2012) che per pagare i negozianti (le operazioni sui Pos, i terminali elettronici, risultano ferme a 73 miliardi).

Sappiamo bene che dietro l’utilizzo del contante si cela la volontà di non aver rintracciati e tracciati i propri pagamenti. L’Italia si trova al 25° posto su 26 (preceduto da Messico, Slovenia e Grecia) nella classifica sulla diffusione di pagamenti irregolari e tangenti elaborata dalla Confcommercio su dati del World Economic Forum e della Banca mondiale.

Non ci si ragiona spesso, ma il contante ha un costo sociale (cioè per il sistema economico nel suo complesso) molto elevato. Occorre: produrlo, trasferirlo in sicurezza e custodirlo. La Guardia di Finanza, a tal proposito, ha stimato che nel 2011 circolavano sul territorio nazionale 15 miliardi di banconote, per un controvalore di 870 miliardi di euro.

La moneta elettronica rende il circuito economico più efficiente ed aiuta la crescita.

Uno studio del 2013 di Moody’s Analytics sostiene che le carte di pagamento hanno generato a livello mondiale una crescita di 983 miliardi di dollari e due milioni di posti di lavoro tra il 2008 e il 2012, dando una spinta dello 0,3 per cento alle economie mature e dello 0,8 per cento a quelle in via di sviluppo.

Se ogni italiano riducesse di 15 euro i prelievi medi che effettua al Bancomat ci sarebbe una diminuzione dell’economia sommersa in grado di garantire un maggior gettito di 9,8 miliardi; inoltre, se ci fossero in circolazione dieci milioni di carte in più (incremento inferiore a quello registrato tra il 2006 e il 2011) si avrebbe un calo del sommerso tale da far incassare al fisco 5 miliardi in più (studio dell’Istituto per la Competitività su dati di Eurostat, della Bce e del professor Schneider).

Anche per i negozianti, una maggior circolazione di moneta elettronica, sarebbe un vantaggio. Lo studio condotto da Edgar Dunn & Co. afferma che l’esercente venderebbe di più e risparmierebbe sui costi di gestione del contante,  oltre ad essere garantito dalle banche. Il valore aggiunto derivante dall’uso delle carte è pari al 7,8 per cento dell’ammontare delle transazioni effettuate con questi strumenti. Mentre il costo complessivo si ferma al 3,4%.

Fonte: Stefano Livadiotti.  L’Italia in nero. «L’Espresso», 26 settembre 2013, 38.

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